Il mondo dello sport è costantemente sotto i riflettori, e le accuse di doping rappresentano una delle questioni più delicate e complesse. La recente sentenza che ha visto l’assoluzione di un noto tennista da un’accusa di doping per l’assunzione di Clostebol ha segnato un importante precedente. La decisione, sebbene discussa, ha chiarito che la mancanza di colpa o negligenza può essere un fattore determinante per l’esito di un procedimento.

Le novità sull’assenza di colpa o negligenza

La decisione nel “caso Sinner” ha posto un’enfasi senza precedenti sul concetto di negligenza nel contesto delle violazioni antidoping. Storicamente, la responsabilità oggettiva dell’atleta ha rappresentato il fondamento della normativa antidoping, ma questa sentenza ha dimostrato che una valutazione accurata del grado di colpevolezza è possibile. L’assoluzione si è basata sulla dimostrazione che l’assunzione della sostanza vietata, il Clostebol, non è avvenuta per dolo o per una negligenza palese. La difesa è riuscita a provare che la sostanza è entrata nel corpo dell’atleta in modo accidentale, tramite un farmaco, una crema, utilizzata da un suo collaboratore e inavvertitamente trasferita. Questo ha aperto un dibattito su quanto gli atleti possano essere ritenuti responsabili per ogni singola sostanza che entra nel loro organismo, anche in circostanze del tutto involontarie.

Un altro aspetto fondamentale della pronuncia è la sua ricaduta sulla definizione di responsabilità nel mondo dello sport professionistico. Non basta che la sostanza sia presente, ma è necessario indagare a fondo le circostanze che ne hanno determinato l’assunzione. Questo approccio garantista, sebbene complesso, offre una maggiore tutela per gli atleti che si ritrovano in situazioni simili a causa di contaminazioni involontarie o per una condotta non cosciente. La decisione, seppur specifica per il caso in questione, segna un precedente che potrebbe influenzare futuri procedimenti. L’accertamento di una “mancanza di negligenza” richiede un’indagine meticolosa e la produzione di prove solide, una sfida non da poco che richiede un’attenta strategia difensiva.

L’importanza della catena di custodia e della prova

La gestione delle prove, in un caso di doping, è un elemento cruciale che può fare la differenza tra l’assoluzione e la condanna. In questo caso, la difesa ha dovuto dimostrare non solo la fonte della contaminazione, ma anche l’assenza di un nesso causale tra la condotta dell’atleta e la presenza della sostanza nel suo organismo. La “catena di custodia” dei campioni biologici, un elemento tecnico fondamentale, deve essere impeccabile. Ogni passaggio, dalla raccolta del campione al laboratorio, deve essere documentato per escludere qualsiasi possibilità di contaminazione esterna o di manipolazione. Un’irregolarità, anche minima, in questa catena può rendere la prova del test invalida e l’accusa insostenibile. La giurisprudenza ha sempre prestato grande attenzione a questo aspetto, ma in questo caso la sua importanza è stata ancora più evidente.

La prova che l’atleta non avesse la minima idea della presenza del Clostebol è stata ottenuta attraverso un’analisi dettagliata del suo stile di vita e delle procedure mediche seguite. Si è dimostrato che la contaminazione è avvenuta in un contesto di fiducia, dove l’atleta non aveva motivo di dubitare dell’operato del suo collaboratore. Questa analisi ha evidenziato come la difesa debba non solo contestare la validità della prova del test, ma anche ricostruire l’intero contesto in cui è avvenuta la presunta violazione. La decisione finale del giudice sportivo ha riconosciuto la validità di questa linea difensiva, mettendo in luce l’importanza di una difesa che non si limiti a un mero riscontro tecnico, ma che sappia indagare in profondità le circostanze di fatto.

Le implicazioni per il mondo dello sport

La sentenza ha importanti implicazioni per il futuro della lotta al doping. Se da un lato l’assoluzione può essere vista come un indebolimento del principio di responsabilità oggettiva, dall’altro lato rappresenta un passo avanti nella tutela dei diritti degli atleti. Il messaggio che emerge è che le agenzie antidoping e i tribunali devono indagare con maggiore attenzione le circostanze specifiche di ogni caso, piuttosto che limitarsi a un’accusa basata sulla mera presenza di una sostanza vietata. Questo potrebbe portare a un aumento del numero di ricorsi e a procedimenti più lunghi e complessi, ma in prospettiva garantirebbe una maggiore equità e giustizia per gli atleti che, come nel caso di specie, si trovano coinvolti in situazioni per le quali non hanno alcuna colpa.

La decisione ha anche un effetto sulle procedure che gli atleti e i loro staff devono seguire. La sentenza ha evidenziato l’importanza di una sorveglianza ancora più attenta su tutti i farmaci e i prodotti utilizzati all’interno del team. L’atleta, pur non avendo commesso negligenza, ha imparato l’importanza di una supervisione ancora più rigorosa e di una comunicazione chiara con il proprio staff. Questo caso potrebbe spingere atleti, allenatori e medici a rivedere le proprie prassi e a porre ancora maggiore attenzione a tutti i prodotti che entrano in contatto con l’atleta. La tutela della carriera di un atleta, quindi, passa anche attraverso una gestione proattiva di ogni possibile rischio.

Come l’avvocato può aiutare a gestire le accuse

Un’accusa di doping, a prescindere dall’esito finale, può avere conseguenze devastanti sulla carriera e sulla vita di un atleta. In questo scenario, l’assistenza di un avvocato specializzato in diritto sportivo è essenziale. Il professionista esperto non solo è a conoscenza delle complesse normative antidoping, ma sa anche come muoversi all’interno delle corti e dei tribunali sportivi, che hanno procedure e regole specifiche. L’avvocato è in grado di analizzare ogni singolo dettaglio del caso, dalla validità dei test all’integrità della catena di custodia, cercando ogni possibile falla che possa essere sfruttata a favore della difesa. La sua esperienza è cruciale per la gestione di un caso così delicato, in cui la velocità e la strategia sono fondamentali per evitare la sospensione o la squalifica.

L’avvocato, inoltre, lavora a stretto contatto con l’atleta per la produzione di prove che dimostrino l’assenza di dolo o di negligenza, come nel caso analizzato. Questo può includere la ricerca di testimonianze, la consulenza con esperti medici o chimici, e la ricostruzione dettagliata degli eventi che hanno portato alla presunta violazione. In un mondo in cui la reputazione di un atleta può essere distrutta in un istante, l’avvocato non è solo un difensore, ma un protettore della sua immagine e della sua carriera. Il nostro studio, PMG Law Firm, offre un’assistenza integrata che va oltre la semplice difesa in tribunale, aiutando l’atleta a superare un momento di grande stress e a tornare alla sua attività sportiva.

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